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La storia del registratore a cassette

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La storia del registratore a cassette

tdk_d90Negli anni ’70 la Philips ha messo in commercio le prime musicassette chiamate anche compact-cassette, dando inizio all’era della registrazione di massa. Anche in questo caso, come per il fonografo di Edison, si trattava di un assemblaggio di invenzioni già esistenti, il registratore infatti esisteva già, la Philips ne abbassò semplicemente il costo, usando nastri alti 1/8 di pollice, la metà del formato allora più piccolo (1/4 pollice) e riducendo alla metà la velocità rispetto alla minima ammessa (4,75 cm/sec anziché 9,5 cm/sec) e soprattutto inserendo il nastro in una comoda cassetta di plastica, portabile e protettiva, facile da inserire e levare dal registratore, che diventava così molto più piccolo, portatile.

 

L’avanzamento della tecnologia ed in particolare delle testine consentiva una qualità accettabile per i primi scopi e addirittura la registrazione della musica in stereo, a patto però di un ulteriore dimezzamento dell’ampiezza delle piste registrate. In pratica era disponibile per tutti, con forti ed inevitabili compromessi sulla qualità, quello che prima era disponibile solo per pochi, essenzialmente professionisti, e con minore praticità, con i registratori Nagra o Stellavox.

 

La musicassetta nasceva però per registrare i propri suoni, le feste di casa, le poesie recitate dai bambini, tentativi musicali, appunti sonori, al massimo per registrare dalla radio a bassa fedeltà, non comparabile in ogni caso con quella del disco 33 giri. E nasceva mono, non stereo. Questo era l’uso primario per il quale era pensato il primo mitico modello di successo Philips, il modello K7, un registratore compatto e portatile, che usava curiosamente, non si sa se per caso, la stessa sigla del migliore apparato AEG Magnetophon degli anni della guerra, dotato all’origine di un microfono per la registrazione in presa diretta. Come poteva diventare questo economico oggetto una minaccia per le case discografiche, e come ha potuto far nascere una nuova era, quella della duplicazione dell’arte (e della conseguente minaccia perenne al diritto di copia)?
Lo storico Philips K7

Gran parte del merito è dovuto non alla Philips, ma ad altri due geni della elettroacustica, Ray Dolby e Takeshin (Ted) Nakamichi. Il primo, fondatore dei notissimi Dolby Laboratories, ad inizio anni ’70 ha avuto l’idea di realizzare una versione semplificata ed economica di un componente elettronico che già vendeva agli studi di registrazione, il Dolby A. Si trattava di un riduttore di fruscio, infatti il nastro magnetico (analogico) presenta una specie di rumore di fondo, avvertibile nei pianissimi orchestrali, se la velocità di registrazione e riproduzione non è abbastanza elevata (superiore a 19″/sec.). Il Dolby A, attraverso un processo di compressione ed espansione dei livelli della registrazione nella banda interessata al fruscio, gli acuti, ovviava a questo problema, che negli studi era particolarmente presente nei registratori multitraccia, usati allora per le registrazioni più complesse (sovraincisioni e simili).

A maggior ragione questo era un problema per i registratori a cassette, che utilizzano una velocità pari a un quarto di quella ottimale. Senza nessun riduttore il fruscio era chiaramente avvertibile, se la riproduzione avveniva su un impianto alta fedeltà o comunque su una catena appena più fedele dell’altoparlante incorporato nei primi registratori stereo.

I primi registratori stereo proposti dalla Philips per la registrazione e l’ascolto della musica in stereo avevano quindi un semplice riduttore di fruscio (DNL: Dynamic Noise Limiter) la cui efficacia era però limitata. In pratica se si registrava dal sintonizzatore stereo o da un disco 33 giri, il successivo ascolto della musicassetta su un impianto stereo presentava un abbassamento della qualità e quindi del piacere di ascolto percepibile anche ad un profano. Intanto si avvertiva netto il rumore di fondo nei piani orchestrali o in generale a livelli sonori bassi, poi si avvertiva una immagine stereo non stabile e non bene separata e alterazioni nel timbro degli strumenti, e quindi si aveva una riproduzione di serie B, sia rispetto al disco sia rispetto alla radio FM stereo.

Teoricamente quindi era possibile registrare un LP su una cassetta, e quindi duplicarlo, ma si trattava di una copia che dava minore qualità, minore piacere di ascolto, minore praticità, utile per l’ascolto in macchina o all’aperto, per fare compilation, ma non ancora una duplicazione.

Ray Dolby dolbybc introdusse proprio in questa fase dello sviluppo della registrazione a cassetta una versione semplificata del suo sistema, il Dolby B, ridotto alla dimensione di una scheda (il Dolby A era di solito su un componente dedicato) e quindi di costo limitato, e inseribile sui registratori a cassette.

La duplicazione, almeno dal punto di vista del contenuto musicale, è arrivata con il mitico registratore Nakamichi 1000 dell’immaginifico inventore ed imprenditore Ted Nakamichi (1972). Questo modello, costosissimo per l’epoca ma prototipo per successivi modelli giapponesi a prezzi molto più popolari, combinava il Dolby B di Ray Dolby con una costruzione molto più curata di tutto l’apparecchio, e soprattutto con la adozione di testine separate per registrazione e riproduzione (come nei registratori professionali) mentre i registratori a cassette Philips e omologhi avevano una testina doppio uso (anche perché obbligati dalla struttura della cassetta), principale punto di debolezza per la qualità del suono.

Nakamichi riuscì ad infilare una terza testina miniaturizzata in una delle fessure della MC e il risultato, assieme alla qualità complessiva del prodotto e alla riduzione delle tolleranze, fu il primo registratore a cassette veramente ad alta fedeltà.

Anche la BASF fece la sua parte introducendo nuovi nastri al biossido di cromo, sempre di provenienza professionale, che consentivano una migliore qualità della registrazione.

Naka1000Con il Nakamichi 1000, il Dolby B e un nastro al cromo, un disco e la sua riproduzione registrata su cassetta erano difficilmente distinguibili, sugli impianti Hi-Fi dell’epoca anche di fascia alta, e tutt’ora non si avvertirebbe una differenza marcata.

Un nuovo promettente business si presentava ai costruttori di hardware, la duplicazione dei dischi era alla portata della elettronica di consumo. Certo i produttori di software, le case discografiche, potevano avere dei problemi, ma “business is business”. Così altri produttori, con in testa la Technics, si gettarono nella impresa di produrre registratori con una qualità vicina a quella dell’inarrivabile Nakamichi 1000, ma prezzo più accessibile e, come tutti sanno, ci riuscirono benissimo, inventando un nuovo elettrodomestico di massa, la “piastra”.

A cosa serviva questo nuovo elettrodomestico? A un solo scopo reale, duplicare i dischi. Certo si poteva registrare anche una propria performance alla chitarra o al piano, ma qui la distanza con il mondo professionale tornava grande (erano i microfoni e gli amplificatori microfonici, e il loro uso corretto, a fare la differenza), e la esigenza limitata a pochi, non certo di massa, l’uso principe era quindi uno solo: farsi prestare un LP da un amico e riprodurlo.

Le case discografiche si accorsero della violazione dei diritti e della perdita di guadagni, ma ormai la piastra era in tutte le case, e l’unica possibile rivalsa fu, anni dopo, il pagamento di una royalty su ogni cassetta vergine, i cui ricavati venivano poi suddivisi tra le case discografiche in base alle rispettive quote di mercato (con buona pace di chi ne fa un un uso corretto, che poi sarebbe limitato alla registrazione di materiale proprio o di una copia (una di numero) dei dischi in proprio possesso. VEDI: DUPLICAZIONE E SISTEMI ANTI-COPIA)

 

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Osvaldo

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